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Jim Hall, il poeta della chitarra

Arriva sul palco claudicante, ingobbito, sembra debba cadere da un momento all’altro tanto appare malfermo sulle gambe. Se lo vedessi per strada lo scambieresti per un vecchio che sta giungendo alla fine. E allora si siede, prende da un lato un barattolino da cui esce una polvere che si mette nelle mani, forse talco, e se le massaggia con cura. Poi imbraccia la chitarra.  E il viaggio comincia.

Come un sogno. Chiudi gli occhi e ti senti trasportare in un universo sonoro magico, che viene scandito dalla maestria di chi imbraccia lo strumento da oltre mezzo secolo, con estrema naturalezza, come fosse una semplice propaggine del corpo, che so, una coda. Riapri gli occhi e vedi questo anziano che muove le mani sulla chitarra come fosse un ragazzino a cui è stata data la possibilità di fare vedere ad una platea di cosa sia capace.

Il jazz con lui è un fiume tranquillo che ti porta lentamente a valle, ti affascina con tutto lo scibile della classicità di una musica che con lui ha toccato vertici unici. L’unico, in assoluto, capace di portare la lezione del grande Charlie Christian a livelli inimmaginabili, di dare alla chitarra un ruolo principe nel jazz. Un protagonista. Un pezzo di storia della musica.

Un’ora, o poco più, di concerto che ti portano tra le pieghe di una musica che lui ha reso al meglio. E che ti lasciano una grande emozione, ma anche di vuoto perché avresti voglia di sentirlo ancora. Ma lui è andato via. Stanco. Un maestro che ha influenzato e formato generazioni di colleghi che poi sono diventate delle star, ma che non l’hanno mai dimenticato, da Bill Frisell a Pat Metheny, fino a John Scofield, tanto per citarne alcuni. Ma la sua ricca discografia è ricca di incontri con musicisti straordinari, da Paul Desmond a Bill Evans, il pianista con cui incise ‘Undercurrent’ il disco considerato un masterpiece.

Questo, ma non solo, è stato Jim Hall, morto nel sonno il 10 dicembre a ottantatre anni. Ci mancherà.

Gigio Gherardi

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