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ai grandi della tastiera.
Lo hanno accostato a Bill Evans, e perfino a Chopin per quel sentirsi tutt’uno con il pianoforte. Hanno detto che per certi versi somiglia a Glenn Gould. Forse, più semplicemente, è un introverso ragazzo americano che riporta l’onestàin uno scenario dove troppo spesso regna la finzione e che in quello che suona ci mette l’anima. Ci si accorse di lui quando faceva parte del quartetto di Joshua Redman; prima ancora aveva avuto ingaggi con Jimmy Cobb e Chistopher Hollyday. Ma sono stati soprattutto i tre dischi in trio usciti per la Warner, più che il cd Blue Note che lo vedeva con Charlie Haden e Lee Konitz, a imporlo all’attenzione di chi ama il jazz. è il trio, o il piano solo, il vero luogo dell’arte di Brad Mehldau.
Nel suo ultimo disco ‘’Places’’, parte in trio e parte di solo piano, dedicato ai luoghi che hanno lasciato una traccia nella sua memoria di musicista, ha scritto un pezzo, che e’ poi uno dei piu’ belli, intitolato a a Perugia, e dopo tutto non c’ e’ da stupirsene.
A Umbria Jazz e’ nata in Italia, prima ancora che in America, la considerazione di cui questo pianista poco piu’ che trentenne, originario della Florida ma cresciuto nel Connecticut, oggi gode nel mondo del jazz. Il festival lo ha ospitato moltissime volte negli ultimi anni: la prima volta basto’ una piccola sala di poco piu’ di cento posti, sufficiente a contenere i pochi che si erano accorti di lui quando suonava nel quartetto di Joshua Redman; l’ ultima volta ci volle la main stage dei Giardini del Frontone perche’ in pochi anni la sua popolarita’ era cresciuta con una velocita’ travolgente.
In mezzo, nell’ edizione 1998,
una ‘’location’’ assolutamente inusuale, la Galleria
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nazionale dell’ Umbria, aperta per lui e per un pubblico purtroppo selezionato di cui faceva parte anche un ministro della cultura. Accanto al pianoforte Fazioli, una madonna del Perugino, e Mehldau piu’ tardi confesso’ di essersi sentito piu’ vicino a
Dio.
Stimatissimo dalla critica specializzata, Mehldau ha fatto incetta di riconoscimenti in tutti i paesi jazzisticamente
piu’ sensibili, ma soprattutto e’ un artista amato dal
pubblico, che capisce benissimo che per lui la musica e’ qualcosa che deve andare diritto al
cuore, senza trucchi, alchimie o effetti speciali. Piace perche’ non fa nulla per
piacere, perche’ suona il pianoforte con una tecnica
impeccabile, frutto di lunghi e attenti studi classici, ma non fa nessuno sfoggio della tecnica fine a se
stessa. Percio’ fioccano gli accostamenti, dallo Chopin del Jazz al Glenn Gould
moderno, fino ovviamente all’ erede di Bill Evans. Accostamenti
arditi, ma suggestivi, e in tutti c’ e’ qualcosa di vero. Nella sua musica si sente l’ anima, e lui va diritto al cuore della
musica, senza curarsi di altro che non siano le note e il suono. Brad Mehldau e’ un ragazzo americano introverso e spesso problematico che riporta l’
onesta’ e la sincerita’ in uno scenario dove troppo spesso regnano la finzione e la
superficialita’.
Vi pare poco?
Ecco perche’ ha potuto permettersi di incidere quattro dischi con il suo abituale trio, un piccolo miracolo di
equilibrio, e intitolarli ‘’The art of the trio’’ senza che nessuno abbia avuto nulla da ridire per quel titolo che poteva sembrare
presuntuoso. Quella di Brad Mehldau e’ arte vera.
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