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Formidabili quegli anni. Eravamo tutti dentro fino al collo, chi al liceo chi già all’università, nelle iniziative culturali che gli studenti inventavano una dopo l’altra, con il vitalismo entusiastico tipico del dopoguerra. Per quanto riguarda il jazz, a Roma e a Milano c’erano la Roman New Orleans Jazz Band, la Milan College Jazz Society e l’Original Lambro Jazz Band. Anche Bologna, giustamente, volle la sua orchestra; altre città l’avrebbero seguita poco dopo. Erano tutte, come appare chiaro dal nome, formazioni di linguaggio tradizionale. I musicisti di jazz moderno erano ancora pochi e votati al suicidio economico o a compromessi clamorosi con la musica leggera. Sul versante del vecchio stile era invece possibile un buon dilettantismo, cioè - in altre parole - un mezzo servizio con l’impegno studentesco o con la professione vera e propria.
Comunque, l’importante era fare jazz, muovere le acque, fare proseliti e possibilmente continuare. Tante orchestre si sono perse per strada, altre sono ancora in attività e fra queste c’è la Doctor Dixie.
Oggi i suoi componenti possono ammentare con affettuoso

 


distacco il periodo dell’esordio, in cui essi cercavano ovviamente di modellare il proprio stile su quello dei padri del jazz americano primigenio. Adesso hanno un orizzonte più vasto che comprende anche il jazz classico, come si può constatare ripercorrendo i dischi copiosi della band. Il loro è, adesso, un eclettismo nel senso migliore del termine, che sa ritagliarsi sempre uno spazio di originalità, indipendentemente dai riferimenti che sono, oltre che inevitabili, naturali e logici. Auguri: ci diamo appuntamento ai prossimi cinquant’anni.
Ci sono numerosi cultori di jazz che non si definiscono animali notturni, e che perciò storcono un po’ il naso quando gli si parla di concerti after hours, o ‘round midnight, o come altro li volete chiamare. Li conosco bene perché io sono uno di loro, pur sapendo che si tratta di uno sbaglio. Il jazz ha una lunga tradizione di ore piccole che mi obbligherebbe a divagazioni storiche, ma qualcosa si può dire ugualmente. Il jazzofilo “diurno” deve fare uno sforzo su se stesso per superare la puntuale crisi di sonno, ne vale la pena.

 

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