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Dopo, gli spettatori si presentano più veri, umani, spontanei, nonché consapevoli di formare una comunità di affini e di privilegiati. Il resto lo fanno il clima dei jazz club (o perfino di spazi più grandi: si ricordi la chiesa sconsacrata di san Francesco al Prato di Perugia) e il fatto di trovarsi a contatto di gomito con i musicisti, con i quali si stabilisce un’osmosi tutta particolare che può influire assai sul loro rendimento. Non sono pochi i concerti (o le jam session) di questo tipo che sono passati addirittura alla storia del jazz. Basti citare gli after hours del Minton’s e del Monroe’s di Harlem durante la seconda guerra mondiale, dai quali nacque la grande svolta del jazz moderno.
Ma sono altrettanto importanti i solisti e i gruppi “en residence”, ossia quelli che vengono scritturati per l’intera durata di una manifestazione e si esibiscono, un giorno dopo l’altro, nello stesso luogo. In questo modo è possibile ascoltarli più volte, confrontare sera per sera la loro disposizione, il grado di forma, l’improvvisazione e quindi, non di rado, le differenti versioni di uno stesso brano. Senza contare che può avvenire, in questi casi, di fare delle scoperte fondamentali. 
 


Ne cito una, favorita dall’indimenticabile settimana notturna che Brad Mehldau, nel luglio 1997, trascorse in un club di Perugia con gli inseparabili Larry Grenadier al contrabbasso e Jorge Rossy alla batteria.
Il pianista cominciò a suonare, la prima sera, davanti a venti persone; nell’ultima ce ne furono duecento, stipate fino all’inverosimile. Il famoso tam tam di Umbria Jazz aveva funzionato al massimo, come succede nelle grandi occasioni.
Ciò posto, i concerti ‘Round Midnight del BOLOGNA NEW JAZZ FESTIVAL partecipano di entrambe queste realtà e di queste prospettive, e pertanto vanno frequentati anche dagli ascoltatori “diurni”. Tanto più che i gruppi che si esibiscono rispettivamente al Chet Baker Jazz Club e alla Cantina Bentivoglio sono di primissimo ordine e di grande notorietà, al punto che è superfluo farne una presentazione in esteso. Il quintetto di Phil Woods è una vecchia e cara conoscenza delle sale italiane, ma non lo ascoltiamo da tempo. Ne ricordiamo la coerenza dello stile ispirato alla classicità contemporanea, la bravura dei solisti, l’ottimo equilibrio fra spazi individuali e parti d’assieme.

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