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Più presente da noi, e molto apprezzato per la sua concezione quasi orchestrale del pianoforte, è Mulgrew Miller. E’ una buona occasione per conoscere meglio il sassofonista Eric Alexander, e per capire una volta di più che il danese Niels Pedersen è oggi, forse, il migliore contrabbassista in attività. Anche il batterista Alvin Queen, con la sua capacità straordinaria di adattarsi efficacemente a qualsiasi situazione espressiva, appartiene al ristretto empireo dei maestri, sebbene non gli abbia giovato il trasferimento in Europa (nel 1980) che sembra ormai definitivo.
Il duo formato da Enrico Rava alla tromba e al flicorno e da Dado Moroni al pianoforte è inedito per l’Italia: hanno suonato insieme soltanto all’estero, mentre da noi si sono sempre presentati come minimo in trio. E’ un’occasione ghiotta, un vero incontro generazionale fra due personaggi molto diversi: Rava con il suono scuro e siderale che ha maturato col tempo, in grado di fare della poesia e di ispirare il compagno con una sola nota; Moroni effervescente, polimorfo, pronto a cogliere le situazioni più varie e a farle proprie.
 

 


Entrambi hanno notevole esperienza del più piccolo gruppo della musica : Moroni ha anche dialogato con pianisti classici come Antonio Ballista e Andrea Bacchetti, traendone ispirazione per le sue improvvisazioni. I collezionisti di chicche particolari pronosticano che questo sarà uno dei momenti alti e molti speciali del festival.
La Big Soul Band di Johnny Griffin quarant’anni dopo (anzi quarantadue, per essere pignoli). Si potrebbe intitolare così il concerto al teatro Medica. L’orchestra ha la stessa struttura di allora: undici musicisti - otto fra brass e ance - su un tappeto costituito dal pianoforte, dal contrabbasso e dalla batteria; e i due elementi principali, Griffin e Norman Simmons, pianista, direttore musicale e arrangiatore, ancora ai loro posti. L’orchestra originale del 1960, che includeva fra gli altri Clark Terry, Bobby Timmons e Frank Strozier, si riunì per una sola seduta di registrazione in due tempi per la Riverside. Fu sufficiente perché entrasse nel mito. Si parlava molto, in quei tempi, di soul -jazz, e la band realizzò un eccellente mixaggio fra jazz mainstream, blues e gospel.

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