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Il piatto forte del 18 maggio è l’arrivo al teatro Medica del trio di McCoy Tyner (al quale non dispiacerà essere definito inossidabile o intramontabile, a piacere) che questa volta è una sorta di all stars per la presenza di Charnett Moffett al contrabbasso e di Al Foster alla batteria. Ma l’occhio della ribalta va puntato subito anche sui due ospiti speciali, Jackie McLean e Bobby Hutcherson. Sono grandi artisti entrambi, lo sappiamo. Ma se McLean mostrerà lo stesso stato di grazia dell’estate scorsa a Verona, quando con Mal Waldron diede vita a un duo nello stesso tempo effimero e storico, sentiremo cose da non scordare più. Nella domenica di chiusura è il trio di Mulgrew Miller più Eric Alexander (ma per il lunch alla Cantina Bentivoglio c’è sempre Johnny Griffin) a suonare due volte. L’apertura di mezzogiorno spetta a Enrico Pieranunzi in un concerto di pianoforte solo alla Multisala, e qui mi permetto un consiglio personale. Andate ad ascoltarlo e concentratevi: è uno dei maggiori pianisti a livello internazionale; la sua musica è creatività, improvvisazione, emozione, poesia, ed è sorretta da una tecnica ortodossa e impeccabile. Oggi si vorrebbe che tutti i pianisti di jazz (e non solo i pianisti) fossero come lui: virtuosi che hanno percorso l’intero cursus honorum del conservatorio per accostarsi alla carriera concertistica, o anche soltanto per


dotarsi di un’educazione musicale 
compiuta, e poi hanno scelto il jazz in piena libertà.
Pensateci bene: nel mucchio, se si scruta con un minimo di attenzione, si riconoscono. E oggi, guarda caso, il festival ne offre a conclusione altri due. Uno è il pianista svedese Esbjorn Svensson con l’E.S.T., il suo affiatatissimo trio stabile completato da Dan Berglun al contrabbasso e Magnus Ostrom alla batteria, in cartellone di pomeriggio al teatro Medica. E’ la rivelazione (per l’Italia) dell’anno scorso, quando ha suonato a Monza, e poi a Perugia per quattro giorni consecutivi meritandosi gli elogi unanimi della critica.  L’altro, dulcis in fundo, è Brad Mehldau, naturalmente con Grenadier e Rossy, anch’esso al teatro Medica (ore 21). Sono cinque anni che il pianista è uscito dall’ombra, e nei suoi confronti il Belpaese vanta non pochi meriti. Si domanda che cosa sia che lo distingue, dove risieda il nucleo del suo fascino che gli ha dato fama mondiale. Lasciamo da parte le dissertazioni sulla sua discendenza da Bill Evans o i paragoni formali con Glenn Gould, delle quali so di essere corresponsabile. Mehldau seduce con un mixaggio unico e personale di bellezza del suono, tocco e fraseggio. E’ questa la marcia in più, che fa del pianista Brad Mehldau un grande pianista.

FRANCO FAYENZ

 

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